E' il 27 gennaio 1922, sono le ore 10: il Maestro non c’è più: il De Roberto restò per tutto quel tempo vicino al grande amico, mentre, saputa la notizia, amici e conoscenti di via Sant’Anna e via Garibaldi entravano nella casa
per chiedere notizie. Inutilmente.
Dopo tre giorni di agonia il barone Giovanni Verga di Fontanabianca si era spento come aveva vissuto. Con discrezione. Un anno prima c’era stato un altro lutto in casa Verga: la morte dell’amato fratello Mario ed unica consolazione del Verga era rimasta quella di scrivere la sua puntuale lettera all’amica contessa Dina Castellazzi Sordevolo: “Non sono in grado neanche di affrontare la nottata in vagone letto, né quelle all’albergo…”.
Lui che era stato a Firenze, Milano, Parigi per conoscere Rod e Zola), Londra (per vendere alcune monete d’oro…) Principato di Monaco per giocare al Macao, Lanciano, in Svizzera, in Germania, alle Terme di Montecatini, Roma, Napoli, e poi in Sicilia nella sua villetta di Sant’Agata li Battiati, poi a San Giovanni la Punta, Trecastagni… insomma un uomo forte e vigoroso che nulla lo poteva fermare!
Ma quali sono le ipotesi per questa morte improvvisa? Trombosi cerebrale giorno 25, il coma per due
giorni e poi la fine. Una cosa è certa: si è parlato di una lettera di Giselda Fojanesi a Verga ricevuta proprio
il 24 gennaio in cui c’era scritto che un certo Alfio Tomaselli , amico di Mario Rapisardi, a scopo di lucro (?)
voleva pubblicare le lettere ricevute da lei medesima spedite da Verga negli passati! Sarà vero? Ma cosa
c’era scritto in queste lettere così compromettenti ? La risposta non è facile.
Comunque fatto sta che Giovanni Verga, già sentiva che la sua ora stava per avvicinarsi, perché aveva smesso di continuare a scrivere “La duchessa di Leyra”, non aveva più pubblicato la novella “Una capanna e il tuo cuore”, ma, soprattutto, in via Etnea, non frequentava più il “Circolo dell’Unione”, dove chiacchierava con i suoi amici più intimi e riceva anche la posta raccomandata-espresso (come mi ha riferito mio padre Francesco
all’epoca giovanissimo portalettere…) per non dare nell’occhio alla gente del cortile di via Sant’Anna 8. Ed
anche aveva già affidato al nipote Giovanni Verga Patriarca (figlio di Pietro Verga e di Ersilia Patriarca) tutte
le incombenze riguardanti le proprietà della famiglia, tanto che nel 1908 Verga scriveva a Dina di Sordevolo:
“Giovannino fa per me l’ortolano e il vignaiuolo”.
Ma, anche, aggiungiamo noi c’era la vendita dei limoni di via Nuovalucello, poi abbandonata, e la proprietà, ormai quasi abbandonata, di Tiebidi, vicino Vizzini.
Una cosa è certa: la grandissima amicizia di Federico De Roberto non finì in quel giorno, perché dopo aver
fatto imbalsamare la salma dal dott. Tropea, espletato tutta la burocrazia del caso, ed aver condotto il
Maestro all’ultima dimora, Federico scrisse un libro, forse un po’dimenticato, <Casa Verga>, che il prof.
Carmelo Musumarra aveva fatto pubblicare negli anni Sessanta ed ancora oggi è un pilastro gigantesco per
la conoscenza dell’Anima Verghiana.










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