
di Alessandro Lipera
Vannacci lascia la Lega e fonda “Futuro Nazionale”, per occupare lo spazio dell’estrema destra lasciato libero dalla istituzionalità della Meloni e dalla non più tanto credibilità di Matteo Salvini?
Forse sì, forse no: di certo c’è che oramai la notizia è diventata vecchia, ma necessita di alcune importanti riflessioni che non possono essere disattese dagli osservatori più attenti, ma anche dai chiamati in causa: nel caso che ci occupa il Leader della Lega.
Ma facciamo un passo indietro, estate 2019, Lido Papeete (nella foto in alto), cade il Governo giallo-verde e di lì in poi, ciò che poteva essere un trionfo diventa una sciagura: la sinistra torna al governo e ben poco può fare quel Matteo Salvini che aveva vinto le elezioni europee con il 34% dei consensi (tutti d’opinione, da Nord a Sud).
In un batter d’occhio cambia il mondo e il Covid e le guerre ci mettono il resto: Giorgia Meloni diventa presidente del consiglio e per il vicepremier/Ministro del Ponte sullo Stretto per salvare il salvabile, dopo aver disatteso (quasi) tutte le promesse elettorali e imbarcato chiunque, candida il Generale nelle sue liste. Un Trionfo! Ma di chi? Di Vannacci ovviamente, ma non del leader leghista che – dopo aver annichilito ogni forma di militanza – aveva addirittura pensato di far convivere il mondo al contrario con Zaia, Fedriga, Giorgetti – da una parte – e i Gattopardi del Sud dall’altra.
In altre parole, l’addio del Generale altro non è che la punta di un iceberg gigantesco, fatto di questioni politiche che partono da più lontano, in un paese dove – aldilà dei dibattiti sui diritti civili (che dà lavoro ai vari Adinolfi – da un lato – e Salis dall’altro) – urgenze come lo Stato Sociale e il Lavoro (al Sud) e la Sicurezza (al Nord) rimangono prioritarie.
In questo contesto, pertanto, il punto non è Vannacci, né la sua nuova avventura politica, ma bisogna capire dove vuole finire (o iniziare) la Lega e il suo Leader. Perché se è vero che la politica è fatta di cicli, è altrettanto vero che ogni ciclo impone scelte chiare. O si torna ad essere forza radicata nei territori, capace di rappresentare istanze concrete e amministrative, oppure si resta sospesi in una dimensione nazionale che oggi appare affollata.
In questo quadro, per Matteo Salvini potrebbe aprirsi una riflessione meno tattica e più strategica: fare un passo indietro dalla politica nazionale per rilanciare la propria figura in un contesto dove il consenso si misura sulla capacità di governo quotidiano. Milano, città simbolo del Nord produttivo e laboratorio politico permanente, potrebbe rappresentare non un ripiego ma un banco di prova. Una candidatura a sindaco significherebbe tornare alla concretezza, alla gestione dei problemi reali – sicurezza, mobilità, lavoro – e rimettere al centro quella vocazione amministrativa che fu la forza originaria della Lega.
Talvolta, per tornare centrali, occorre cambiare livello di gioco.










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