di Mauro Crisafulli *
A Leonforte, nel cuore dell’entroterra siciliano, il mio amico Basilio Varveri ha scelto di affidare alla pietra un messaggio che arriva dal mondo antico. Ha fatto erigere un tempio dedicato a Cerere, la Demetra dei Greci, dea della terra coltivata, delle messi, della fertilità e del ciclo delle stagioni.
L’iniziativa non rappresenta soltanto un omaggio alla mitologia classica. Assume un significato più ampio in un momento storico nel quale vaste aree agricole vengono abbandonate e molti borghi dell’entroterra continuano a perdere abitanti, competenze e capacità produttive.
Il tempio può essere interpretato come una dichiarazione pubblica: la terra non è uno spazio vuoto né una proprietà da lasciare improduttiva in attesa di tempi migliori. È un sistema complesso nel quale convivono acqua, suolo, vegetazione, animali e presenza umana. È il risultato del lavoro di intere generazioni e, allo stesso tempo, una risorsa decisiva per il futuro.
Dedicare un luogo a Cerere significa quindi riportare al centro temi spesso considerati marginali: il lavoro agricolo, la manutenzione dei campi, la gestione delle acque, la protezione del suolo e il patrimonio di conoscenze maturato nel corso dei secoli.
Il mito di Demetra come metafora dello spopolamento
Nel mito greco, Demetra perde la figlia Persefone, rapita da Ade e condotta nel mondo sotterraneo. Travolta dal dolore, la dea rende sterile la terra. I semi smettono di germogliare, i raccolti scompaiono e gli uomini rischiano la carestia. Soltanto il ritorno periodico di Persefone permette alla natura di rifiorire.
La vicenda può essere letta come una metafora dello spopolamento delle aree interne. Persefone rappresenta le generazioni che partono. Demetra è la terra che rimane, privata delle persone che potrebbero continuare a coltivarla, innovarla e difenderla.
Quando un giovane lascia un borgo, infatti, non diminuisce soltanto il numero dei residenti. Il territorio perde una possibile impresa, una famiglia, un mestiere, una competenza e una parte della propria capacità di immaginare il futuro.
La terra entra così in una sorta di lungo inverno. Non perché abbia esaurito la propria fertilità, ma perché viene meno la presenza umana necessaria per curarla. I campi vengono invasi dalla vegetazione spontanea, i terrazzamenti cedono, i muretti a secco si deteriorano, i canali di scolo si ostruiscono e i sentieri scompaiono.
Anche i boschi, quando non vengono gestiti, accumulano materiale combustibile e diventano più vulnerabili agli incendi.
Per molto tempo l’abbandono delle campagne è stato associato all’idea di una natura finalmente libera di riconquistare i propri spazi. La realtà del paesaggio mediterraneo è però più complessa.
Terrazzamenti, vigneti, oliveti, frutteti, sentieri e sistemi di canalizzazione non sono elementi naturali. Sono il risultato di un lavoro secolare che ha modellato i pendii, regolato le acque e protetto il suolo.
Ogni struttura aveva una funzione precisa. I muretti a secco trattenevano il terreno e rallentavano il deflusso dell’acqua. I sentieri permettevano di raggiungere i campi e controllare il territorio. La pulizia dei boschi limitava il rischio di incendi. La coltivazione dei pendii contrastava l’erosione.
Quando queste attività cessano, scompare un sistema di protezione diffuso e silenzioso. Per questo lo spopolamento non è soltanto un problema demografico o economico. È anche una questione ambientale.
Un territorio senza abitanti non è necessariamente un territorio più tutelato. Può diventare un’area priva di manutenzione, sorveglianza e interventi tempestivi, nella quale una criticità limitata può trasformarsi rapidamente in un’emergenza.
La cura del paesaggio deve essere riconosciuta come lavoro
Agricoltori, allevatori e residenti delle aree rurali svolgono ogni giorno attività che producono benefici per l’intera collettività. Mantengono coltivati i terreni, puliscono i boschi, ripristinano i canali, recuperano terrazzamenti e proteggono le risorse idriche.
Il loro lavoro riduce il rischio di frane e incendi, tutela la biodiversità e conserva il paesaggio. Non può quindi essere considerato soltanto una responsabilità individuale o un gesto volontario.
Servono strumenti economici stabili: contratti territoriali, incentivi alla manutenzione e forme di pagamento per i servizi ambientali garantiti da chi vive e lavora nelle campagne.
Le risorse pubbliche, inoltre, non dovrebbero essere impiegate soltanto dopo le calamità. Intervenire quando un incendio ha già distrutto un bosco o una frana ha già interrotto una strada significa agire troppo tardi. La priorità dovrebbe essere la prevenzione.
Un territorio curato non è soltanto più bello. È soprattutto più sicuro.
Banche della terra e nuovi agricoltori
Una parte consistente dei terreni agricoli resta inutilizzata non per mancanza di interesse, ma a causa della frammentazione della proprietà. Molti fondi appartengono a numerosi eredi, spesso residenti lontano e privi di rapporti diretti con il territorio. Altri appezzamenti sono troppo piccoli e dispersi per sostenere un’attività redditizia.
I comuni potrebbero intervenire attraverso un censimento delle terre incolte e la creazione di banche della terra, strumenti capaci di mettere in contatto i proprietari con agricoltori, cooperative e giovani interessati ad avviare nuove imprese.
I terreni potrebbero essere affittati a condizioni agevolate, affidati attraverso concessioni o inseriti in progetti di ricomposizione fondiaria.
La disponibilità dei terreni, però, è solo il primo passo. Chi sceglie di investire nell’agricoltura deve poter accedere all’acqua, al credito, alle attrezzature, alla formazione e ai mercati. Deve inoltre confrontarsi con procedure amministrative chiare e con tempi compatibili con quelli della produzione agricola.
Il valore nasce dalla trasformazione locale
L’agricoltura dei borghi non può sopravvivere vendendo esclusivamente materie prime a basso prezzo. Una parte maggiore del valore deve rimanere nei territori attraverso la trasformazione, il confezionamento e la commercializzazione locale dei prodotti.
Le produzioni tipiche non possono essere ridotte a souvenir destinati ai turisti. Devono diventare elementi di un’economia moderna, fondata sulla qualità, sulla tracciabilità, sull’innovazione e sull’identità territoriale.
Anche la narrazione deve cambiare. La Sicilia rurale non può essere raccontata soltanto attraverso immagini folcloristiche o nostalgiche. Il punto di partenza devono essere le persone, il lavoro, le tecniche produttive e la capacità di costruire sviluppo senza cancellare la storia dei luoghi.
L’agricoltura, da sola, non è comunque sufficiente a fermare lo spopolamento. Per vivere stabilmente nelle aree interne servono scuole, collegamenti, servizi sanitari, abitazioni, connessione digitale e sostegno alle famiglie.
Senza queste condizioni, anche un’impresa agricola valida rischia di rimanere isolata.
Un centro culturale dedicato alla terra
Il tempio di Cerere potrebbe quindi svolgere una funzione più ampia rispetto a quella di semplice monumento. Potrebbe diventare un luogo di incontro, studio e formazione dedicato ai temi dell’agricoltura e del paesaggio.
Potrebbe ospitare confronti tra agricoltori, studenti, ricercatori e amministratori, oltre a laboratori sulla manutenzione dei muretti a secco, sulla conservazione dei semi, sulla gestione dell’acqua, sulla biodiversità e sulla prevenzione degli incendi.
Il mito di Demetra e Persefone troverebbe così una traduzione concreta nel presente. Cerere non sarebbe celebrata come una figura confinata nel passato, ma come il simbolo di un principio ancora attuale: la prosperità dipende dall’equilibrio tra le comunità e la terra che le sostiene.
La terra produce cibo e ricchezza, ma richiede cura. Conserva la memoria, ma ha bisogno di nuove generazioni in grado di interpretarla. Offre opportunità, ma non può essere sfruttata senza limiti.
Il tempio voluto da Basilio Varveri può quindi essere considerato un invito a rimettere il territorio al centro delle politiche economiche e sociali.
La lotta allo spopolamento non si misura soltanto attraverso i dati demografici. Si misura anche osservando i segni concreti di una comunità che resiste: un terreno tornato produttivo, un sentiero recuperato, un’impresa avviata, un prodotto trasformato sul posto o una conoscenza trasmessa a un giovane.
Il messaggio del tempio di Cerere è dunque politico prima ancora che mitologico. La terra abbandonata non ha bisogno di essere osservata con nostalgia. Ha bisogno di un progetto.
Per salvare i borghi non basta restaurare le facciate o illuminare le piazze. Occorre recuperare le campagne che li circondano, ricostruire il legame tra i centri abitati e il territorio e riconoscere il valore di chi continua a custodirlo.
Solo così l’inverno delle aree interne potrà lasciare spazio a una nuova stagione.
* Esperto politiche del territorio
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