di Angioletta Massimino (da La Giustizia.net)
Vivo in Sicilia orientale e ho attraversato il passaggio del ciclone Harry come si attraversa un confine invisibile tra la normalità e l’incubo. Una notte in cui il mare sembrava ribellarsi alla terra, sollevandosi in onde alte come palazzi e urlando con un fragore che penetrava nelle ossa. Il vento correva a 120 km orari sopra le nostre teste, la nebbia inghiottiva tutto, la pioggia cadeva come un martello pneumatico. Era uno scenario da fine del mondo, un girone dantesco in cui nessuno sapeva cosa sarebbe accaduto un minuto dopo.
Eppure, quando tutto è finito, quando abbiamo contato i danni, quando abbiamo guardato le nostre coste sventrate, le nostre case ferite, le nostre attività cancellate, abbiamo acceso la televisione e scoperto che per i TG nazionali – compresa la Rai – tutto questo era soltanto “maltempo sulle coste di Sicilia e Sardegna”. Due parole buttate lì, come se si parlasse di una pioggia più intensa del solito. Nessun approfondimento, nessuna analisi, nessuna consapevolezza. Silenzio.
E allora la domanda è inevitabile: perché quando la Sicilia soffre, l’Italia guarda altrove? Perché quando il Sud viene colpito, la narrazione nazionale si affretta a minimizzare? Perché un ciclone che ha devastato un’intera costa viene trattato come un acquazzone fuori stagione?
La risposta è amara, ma la conosciamo da decenni: il Sud è utile solo quando serve raccogliere voti. Il resto dell’anno può bruciare, allagarsi, crollare, sprofondare nell’indifferenza. È un meccanismo antico: si lascia la gente nel bisogno, si alimenta la dipendenza, e poi, al momento opportuno, si arriva con promesse e pacche sulle spalle. È così che si tiene un territorio sotto scacco. È così che si costruisce la rassegnazione.
Eppure, in mezzo a questo abbandono, c’è una verità che va riconosciuta: durante il ciclone Harry la Protezione Civile siciliana, guidata dall’Ing. Salvo Cocina, ha dimostrato cosa significa essere presenti. Le allerte sono state tempestive, le evacuazioni immediate, i Sindaci hanno agito con lucidità e coraggio. È grazie a loro se oggi non stiamo contando i morti. È la prova che quando ci sono organizzazione, mezzi e volontà politica, anche un ciclone può essere affrontato con dignità.
Ma questa efficienza stride con ciò che accade ogni estate, quando la Sicilia brucia e la Protezione Civile si ritrova a combattere un inferno di fuoco con due soli Canadair per un’intera regione. Due mezzi per un territorio vasto, montuoso, ventoso, dove gli incendi divampano ovunque e spesso contemporaneamente. È un’inefficienza strutturale che non dipende dagli operatori – che fanno miracoli – ma da una Regione che da anni non investe in prevenzione, mezzi, tecnologie, personale. È la dimostrazione che quando la Sicilia è lasciata sola, il disastro diventa inevitabile.
E allora il punto non è solo il ciclone Harry. Il punto è ciò che questo silenzio rivela: un Paese che procede a due velocità, una politica che restringe gli spazi di dissenso, un’informazione che seleziona cosa mostrare e cosa ignorare. È un clima in cui la libertà si assottiglia lentamente, senza clamore, un pezzo alla volta. E il rischio più grande è abituarsi. Abituarsi al silenzio, all’indifferenza, alla marginalità. Abituarsi all’idea che “tanto non cambia nulla”.
In questo vuoto di fiducia, anche la scienza ufficiale fatica a farsi ascoltare. Gli esperti continuano a ripetere che le scie nel cielo sono solo condensa, che i metalli trovati nei campioni sono naturali, che non esiste alcun programma segreto di irrorazione atmosferica. È la posizione della comunità scientifica, ed è giusto riportarla. Ma il problema non è stabilire chi abbia ragione: il problema è che tra ciò che la scienza afferma e ciò che la popolazione percepisce si è aperto un abisso. Un abisso fatto di comunicazione mancata, di linguaggi che non si incontrano, di istituzioni che parlano dall’alto mentre la gente vive dal basso.
Ed è proprio in questo vuoto che nasce un’altra parola, usata come un manganello culturale: “complottismo”. Una parola che serve a chiudere ogni discussione, a zittire ogni dubbio, a ridicolizzare chi osa fare domande. È diventata l’etichetta perfetta per evitare il confronto, per non rispondere, per non spiegare. Basta pronunciarla e tutto ciò che la popolazione percepisce, osserva, teme o intuisce viene automaticamente derubricato a follia.
Ma il complottismo, spesso, non nasce dal nulla: nasce dal silenzio delle istituzioni, dalla mancanza di trasparenza, da anni di promesse mancate, da territori trattati come zone di sacrificio. Nasce quando la politica non ascolta, quando la scienza comunica dall’alto, quando i media minimizzano. Nasce quando un popolo si sente ignorato.
E allora non è importante stabilire se una teoria sia vera o falsa: è importante capire perché così tante persone non credono più alle versioni ufficiali. Perché quando la fiducia crolla, anche il cielo diventa un luogo di sospetto. E questo non è un problema di “complottisti”: è un problema di democrazia.
E poi c’è il capitolo che molti evitano, sempre a proposito di complottismo, quello del MUOS di Niscemi, la base americana costruita dentro la Riserva naturale Sughereta dichiarata SIC.
Quando un territorio vive da anni sotto un’infrastruttura militare come il MUOS, quando scienziati e tecnici hanno sollevato dubbi sull’esposizione elettromagnetica, quando nessuno ha mai spiegato in modo chiaro quali siano i limiti e gli effetti di queste tecnologie, allora è inevitabile che la popolazione inizi a interrogarsi. Non sulla fantascienza, ma sulla trasparenza. Il sistema HAARP in Alaska esiste davvero, così come esiste davvero il MUOS in Sicilia. Nessuno studio indipendente ha mai dimostrato che possano generare o pilotare cicloni, ma è altrettanto vero che nessuno ha mai spiegato in modo definitivo quali siano le interazioni tra queste emissioni e un’atmosfera sempre più instabile.
Non si tratta di sostenere teorie, ma di pretendere risposte. Perché quando un territorio vive sotto un’infrastruttura militare che non ha scelto, ma ci è stata imposta, quando i cittadini vengono trattati come sudditi che non devono sapere, allora la sfiducia diventa inevitabile. E la sfiducia, in democrazia, è un segnale d’allarme che nessuno dovrebbe ignorare.
Se c’è una cosa che questo ciclone ci ha insegnato, è che siamo capaci di resistere a forze immensamente più grandi di noi. E allora possiamo resistere anche a chi vorrebbe vederci muti, docili, rassegnati. Possiamo farlo raccontando la verità, pretendendo attenzione, chiedendo giustizia, rifiutando l’idea che il nostro destino sia quello di essere sempre e solo un serbatoio di voti.
E la conclusione è semplice, brutale e necessaria: se qualcuno pensa che la Sicilia si piegherà, non ha capito nulla della Sicilia. Non ci piegheremo davanti ai cicloni e non ci piegheremo davanti all’indifferenza. Non ci piegheremo davanti alla paura e non ci piegheremo davanti al potere. Perché chi nasce in questa terra impara presto che la libertà non è un lusso: è una necessità. E noi, questa necessità, non la barattiamo con nessuno.
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