di Angioletta Massimino
Dopo la pandemia ci siamo ripetuti che ne saremmo usciti migliori. Lo dicevamo con convinzione, quasi come un voto collettivo: il dolore ci renderà più umani, la fragilità ci avvicinerà, la paura ci insegnerà la misura. E invece no. La realtà, oggi, è più amara: la violenza e la cattiveria sono aumentate, la diffidenza si è radicata, la chiusura è diventata abitudine.
Due anni di isolamento hanno scavato distanze non solo fisiche ma interiori. Abbiamo perso spontaneità, abbiamo smarrito la fiducia nell’altro, abbiamo imparato a difenderci prima ancora di ascoltare. E in questo clima irrigidito, la durezza è diventata una postura sociale, quasi un riflesso.
Eppure, proprio qui, in questa stagione di freddezza, esiste uno spazio di libertà che nessuna pandemia può cancellare: la scelta individuale. La scelta di non rispondere alla violenza e alla cattiveria con altra violenza e cattiveria. La scelta di non farsi trascinare nel gorgo dell’ostilità. La scelta di restare umani.
È in questo contesto che una frase semplice rivela tutta la sua forza: “Un sorriso è una curva che raddrizza tutto”.
Non è un invito alla superficialità, né un trucco per nascondere il dolore. È un’immagine che parla di resilienza gentile: il sorriso non cancella i problemi, ma li rende affrontabili; non elimina le tensioni, ma le scioglie; non evita il conflitto, ma lo umanizza. È una curva che raddrizza non perché semplifica, ma perché ricompone.
E soprattutto, è un ponte: apre uno spazio di reciprocità, disarma chi coltiva sentimenti oscuri, ricorda che l’incontro è ancora possibile.
Proprio per questo, episodi come quello accaduto recentemente a Catania – un bambino picchiato da chi avrebbe dovuto proteggerlo – colpiscono come uno schiaffo alla coscienza collettiva. Non serve indugiare nei dettagli per comprendere la gravità del gesto: basta sapere che un minore è stato trattato con violenza e cattiveria, come se la durezza potesse educare, come se la paura potesse sostituire la cura. E invece no!
I bambini non hanno bisogno di cucchiai di legno, ma di sorrisi. Non hanno bisogno di essere umiliati, ma ascoltati. Non hanno bisogno di padroni, ma di adulti capaci di presenza, misura e responsabilità.
La violenza non educa. La violenza non corregge. La violenza non migliora. La violenza genera altra violenza, soprattutto quando viene vissuta in età in cui tutto si imprime, tutto si assorbe, tutto diventa modello.
Io non mi arrendo di fronte alla violenza e alla cattiveria! Voglio rispondere con un sorriso, con una gentilezza che non è debolezza ma lucidità, fino a quando mi sarà possibile. Perché la gentilezza autentica spiazza: mette a nudo l’aridità di chi sceglie l’ostilità, interrompe la catena della reattività, restituisce dignità allo scambio umano.
E se questa postura diventasse collettiva?
Se la maggioranza delle persone reagisse alla durezza con un gesto di cura, allora sì, la violenza e la cattiveria resterebbero isolate. Non perché qualcuno le punisce, ma perché non trovano più terreno fertile. Perché chi sceglie l’ostilità si troverebbe fuori contesto, costretto a interrogarsi, forse persino a cambiare.
La gentilezza non è un ornamento morale. È un atto politico nel senso più alto: costruisce un clima sociale, definisce un modello di convivenza, stabilisce ciò che è accettabile e ciò che non lo è. E un sorriso, oggi, è molto più di un gesto: è una dichiarazione di resistenza civile.
La verità è che un Paese si misura anche da come tratta i suoi bambini. E quando un minore viene picchiato, umiliato, intimidito, non è solo un fallimento familiare: è un fallimento istituzionale, culturale, collettivo.
Non possiamo più permetterci di girare lo sguardo altrove, di giustificare la violenza e la cattiveria come “educazione”, di accettare che un bambino debba temere chi dovrebbe proteggerlo. La tutela dei minori non è un capitolo del diritto: è un dovere morale. E chi alza le mani su un bambino non è un educatore in difficoltà, ma un adulto che ha perso la misura, la responsabilità e l’umanità.
Per questo serve una presa di posizione chiara: violenza e cattiveria specialmente sui minori non sono mai comprensibili, mai giustificabili, mai tollerabili. Non esistono attenuanti. Non esistono “ragazzini ingestibili”. Esistono adulti incapaci di essere tali.
E allora sì, “un sorriso è una curva che raddrizza tutto”.
Ma la legge deve essere la linea retta che non si piega davanti a nessuno. Perché un bambino che cresce nella paura diventa un adulto ferito. Un bambino che cresce nella gentilezza diventa un cittadino libero. E noi, come comunità, dobbiamo decidere da che parte stare.










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