I due importanti magistrati antimafia Nino Di Matteo, sostituto procuratore antimafia e antiterrorismo in Italia, e Sebastiano Ardita, procuratore aggiunto di Catania, hanno parlato in piazza Castello ad Aci Castello della lotta a cosa nostra e di come alcune riforme ostacolano il funzionamento di indagini e giustizia.
Dopo la presentazione del professore Antonio Maugeri, assessore alla cultura del comune di Aci Castello, a moderare era il giornalista del Fatto quotidiano Giuseppe Pipitone, che ha aperto l’evento con una menzione al conflitto israelo palestinese, con Di Matteo che lo definisce genocidio ricevendo l’applauso di una piazza pienissima per l’occasione.
La prima riforma discussa è quella della separazione delle carriere, proposta dal governo Meloni e dal ministro della Giustizia Carlo Nordio che è stata approvata dal Senato il 22 luglio.
Questa riforma che è sulla via di essere ufficializzata, in attesa comunque della camera dei deputati il 16 gennaio, non permette più ad un giudice di diventare pm, instaurando percorsi diversi per i due lavori.
Di Matteo si trova in opposizione a questo procedimento, considerandolo un rallentamento inutile della giustizia che non risolve comunque il problema principale, la “giustizia a doppia velocità” quella efficiente contro le persone comuni e lenta e gentile verso i colletti bianchi, tematica che tornerà durante la discussione.
Altro problema che gli addetti ai lavori riscontrano durante le indagini è quello dei pochi mezzi a disposizione, specialmente per le intercettazioni telefoniche, come ribadito anche da un altro dei pilastri dell’antimafia Nicola Gratteri.
Le intercettazioni tuttavia, hanno lo stesso costo di una telefonata, quindi molto alto negli anni 90 e insignificante al giorno d’oggi, ed è un peccato ed un errore che Nordio le definisca “costose e poco utili visto che i mafiosi non usano i telefoni per delinquere” pensiero smentito categoricamente da Ardita, che ha citato un altro disegno di legge, il numero S.932 (Zanettin) approvato il 9 ottobre 2024 dal Senato, in prima lettura, che rende possibile intercettare per non più di 45 giorni , a eccezione di reati di mafia, terrorismo, o sequestro di persona. Bisogna considerare però che in 45 giorni non si riesce a scoprire quasi nulla, nemmeno appunto se il soggetto in questione appartiene all’organizzazione o, meglio, trovarne le prove che fanno scattare il permesso.
In merito alle intercettazioni, anche la legge che censura persone terze e non indagate fino a quel momento citate in una telefonata è stata oggetto di critica, con Di Matteo che la definisce “spesso un mezzo per proteggere i potenti”
Discussa anche la tematica del carcere, con Ardita che ci ricorda quanto la pena del processo sia solo una facciata, considerando cassazione e il regolamento che rimuove 75 giorni di pena per ogni 6 mesi senza rapporto disciplinare all’interno del carcere che aggiunto ai permessi che spesso anche criminali di spicco ci si ritrova alla terza/quarta mandata di arresti dello stesso soggetto. Spesso i criminali di un livello alto incaricano, se c’è bisogno, i nuovi arrivati nell’organizzazione a creare scompigli in carcere e tenendo il controllo dei detenuti in modo da apparire come calmi e senza sanzioni particolari.
Collegato alle celle si è parlato di droga, con esempi di detenuti che entrano puliti ed escono tossicodipendenti e il giro della droga è molte volte sotto gli occhi dei titolari delle carceri stesse, che lasciano però comandare i boss, causando “anarchia” come l’ha definita Ardita.
Ultimo argomento è quello più scottante, ovvero i veri colpevoli delle 7 stragi di mafia, e ce lo dice proprio Di Matteo che ha partecipato alle indagini sulla strage di via d’amelio, in cui a detta sua si vuole considerare solo la pista che colpevolizza unicamente cosa nostra, non considerando i legami tra Giuseppe Graviano e Berlusconi e senza appunto approfondire questi aspetti delicati che potrebbero scomodare numerose poltrone del potere.
La sensazione generale di questa conferenza, come detto in chiusura sempre da Di Matteo, è di poca speranza per il futuro ma sembra che, citando nuovamente Gratteri e Di Matteo, non tutti gli organi dello stato mettono al primo posto la lotta a cosa nostra e fino a quel punto non potranno esserci miglioramenti.










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